AFRICO: Casalnuovo d’Africo, paese perduto e dimenticato

Pubblicato su “La Riviera” del 16 dicembre 2012

di Bruno Palamara

“Casalnuovo d’Africo chi sei?” E’ una di quelle domande che, come dice Marzullo, sorge spontanea, quando questo paese viene proposto all’attenzione di qualcuno. Succede questo perché esso è poco conosciuto o per niente conosciuto se non fra gli addetti ai lavori, seminascosto o, per meglio dire, oscurato da quello che per un secolo e mezzo è stato il suo capoluogo, Africo, di cui, invece, l’opinione pubblica, non solo locale, ha conoscenza e memoria approfondita. Conoscere Africo, però, significa conoscere anche, e necessariamente, l’altra metà del suo cielo, una metà chiamata Casalnuovo d’Africo, una metà che mediaticamente e nella memoria collettiva è quasi del tutto scomparsa.

Ecco, perché parlare oggi di Casalnuovo d’Africo, che ad alcuni potrebbe sembrare anacronistico, superato, vecchio, è, a nostro parere, qualcosa di attuale, perché, in un periodo e in un mondo che va perdendo la sua identità a vantaggio di una presunta mondializzazione della realtà storica, riesumare Casalnuovo significa recuperare una identità di popolo utile alla memoria storica collettiva del comprensorio locrideo, per non dire dell’intera regione. Questo perchè perdere una sola memoria storica di un qualsiasi centro della nostra Regione, non solo di Casalnuovo, significa smarrire una parte della nostra calabresità. Casalnuovo è andato perduto, distrutto da un destino crudele e da una natura matrigna; grande, però, sarà la nostra colpa se non ci adopereremo, affinchè non cada nell’oblio più misero la storia, la memoria storica, il ricordo di un paese di così lunga durata.

Casalnuovo, a dispetto della mancata notorietà, ha una sua autonoma storia multisecolare, essendo la sua nascita datata subito dopo l’anno Mille, una storia avvincente, dipanatasi parallela a quella di Africo, mai, però, confondendosi con quest’ultima, anche se mediaticamente da essa oscurata. L’alluvione del ’51 ha distrutto Casalnuovo, ma non ha potuto cancellare la sua lunga storia dignitosa. E’ necessario solo rispolverarla, riproporla all’attenzione dell’opinione pubblica, non solo locale, per darle quel lustro che giustamente merita e, contemporaneamente, farla conoscere anche e, soprattutto, alle nuove generazioni dell’attuale Africo che, non per propria colpa, non ne sono per niente consapevoli.

In effetti, si tende a trascurare Casalnuovo, perché, erroneamente, si pensa che nell’ “Africo” è inglobato e racchiuso anche “Casalnuovo”, esaurendo nella storia del capoluogo anche quella della sua frazione. Questo grossolano errore avviene perchè non si ha chiara consapevolezza che Africo non è costituito da una sola entità, ma è l’insieme di due gruppi etnici, che hanno avuto ognuno una propria origine, hanno sviluppato ognuno una propria storia, hanno vissuto ognuno un proprio “mondo”, se si esclude l’ultimo cinquantennio che li ha visti vivere insieme ad Africo Nuovo.

La frazione, generalmente, rappresenta sempre una “costola” del paese capoluogo, una sua derivazione, è, cioè, una parte di popolazione che si distacca dal nucleo centrale, per andare a vivere in un sito non molto lontano all’interno dello stesso comune, mantenendo tutte le caratteristiche di quel nucleo. Casalnuovo non è stato mai una “costola” di Africo, avendo avuto una sua origine autonoma.

Fino al 1815, anno in cui la “longa manus” statale accomunò questi due mondi così lontani tra loro, portando Casalnuovo, che fino ad allora era “terra” di Bruzzano, sotto la giurisdizione di Africo con la qualifica di frazione, nessun legame riuscì mai a tenere uniti i due paesi. E, in effetti, un legame tra loro era proprio difficile da ottenere, proprio perchè di per sé differenti e antitetici in tutto. Separati in linea d’aria da una minima distanza di qualche chilometro, posizionati su due rilievi contrapposti che s’intravedevano da lontano, i due paesi hanno sempre vissuto in cagnesco tra di loro, come guelfi e ghibellini di fiorentina memoria.

La loro divisione si estendeva anche, e perfino, nel campo ecclesiale, perché, pur appartenendo allo stesso territorio, capoluogo e frazione detenevano, forse caso unico in Italia, due parrocchie diverse, facenti parte di due Diocesi differenti. Casalnuovo, infatti, era titolare della “parrocchia San Salvatore”, appartenente alla Diocesi di Locri-Gerace, Africo deteneva la “parrocchia di San Francesco”, ricadente sotto la giurisdizione della Diocesi di Bova. E, naturalmente, avevano anche due patroni diversi: San Leo era il santo protettore degli “africoti”, San Salvatore era il santo patrono dei “tignanisi”. E ognuno dei due centri aspromontani celebrava al meglio il proprio Santo con una festa patronale in cui ciascuno cercava di superare l’altro.

Anche il linguaggio testimonia la diversità d’origine e di etnia, palesando un dualismo linguistico, la cosiddetta “sinecia linguistica”, che è ancora attuale, pur dopo più di mezzo secolo di coabitazione nello stesso paese di Africo Nuovo. Ci riferiamo, per fare un esempio, alla pronuncia di “kiddu” e “kil’l’u”, ben riconoscibile quando si ha l’occasione di ascoltare gli africesi.

E chi per la prima volta visita i posti dove si è dipanata la storia dei sue paesi non può fare a meno di chiedersi come si potesse vivere in luoghi così difficilmente raggiungibili, praticamente isolati dal resto del mondo. Le prime sconcertanti immagini di questa amara realtà di Africo e di Casalnuovo furono quelle regalate al mondo dagli scatti del fotografo Tino Petrelli, pubblicate su “L’Europeo” nel 1948, fotogrammi e scorci di una vita vissuta al limite del verosimile, una vita di sofferenze e di duro lavoro, di sacrifici e di tremende avversità, una vita per molti versi oggi inimmaginabile.

Non è che gli altri paesi del circondario vivessero meglio, più o meno avevano la sua stessa misera condizione di vita, ma il tutto a Casalnuovo, come ad Africo stesso, era esasperato dalla sua stessa sfortunata collocazione che l’ha portata a vivere tra boschi montagne in un posto tanto difficilmente raggiungibile. E, allora, ci si domanda perché questa gente è andata a costruire il proprio paese su una rupe, alla destra del torrente Aposcipo, a 737 metri sul livello del mare, lontano più di quindici chilometri da Bova e così vicino ad Africo, pur essendo così distante e diverso per modo di essere e di pensare.

Per Costantino Romeo “una squadra di pastori fondò molti secoli fa vicino ad Africo un paesello di nome Tignano, anzi gli anziani dicevano che combatterono contro gli arabi”. Dal nome Tignano nacque, secondo il Romeo, il termine “tignanisi”, appellativo che ancora oggi si usa ad Africo per indicare gli abitanti provenienti da Casalnuovo. Noi siamo, invece, convinti che Casalnuovo sia nato al tempo delle incursioni saracene e abbia avuto la stessa origine degli altri casali di Bruzzano, quali Motticella, un tempo chiamato Motta Bruzzano, e Ferruzzano, tutti sorti dal tentativo di sfuggire all’incubo rappresentato dai saraceni che, dopo aver invaso le spiagge di Capo Bruzzano, costruirono il proprio accampamento presso Bruzzano.

Una parte di questa popolazione cercò luoghi più riparati e sicuri e, così, oltrepassò il Monte Scapparrone, andando a costruire un nuovo paese, proprio Casalnuovo, per qualche tempo chiamato anche “Il Salvatore”. Non si sa per quale motivo essa sia andata a posizionarsi così vicino ad Africo, pur non avendo con esso alcun tipo di legame. Tutto è nato in modo casuale, forse gli abitanti si saranno accorti solo in seguito della sua inopportunità e, probabilmente, se ne saranno anche pentiti di essere andati a costruire un nuovo paese proprio lì a due-tre chilometri d’aria dal punto dove sorgeva già da tempo Africo, che diventerà nel tempo il paese-rivale, l’antagonista con il quale Casalnuovo si confronterà continuamente fino alla distruzione di entrambi con la tragica alluvione dell’ottobre 1951.

Dell’esistenza di Casalnuovo si ha notizia già sin dal XIII secolo, come ci informano le “Disposizioni” di Federico II, emanate a Capua (1220) e riconfermate a Melfi (1231) con le quali si disponeva, tra l’altro, che alla riparazione del Castello di Seminara doveva provvedere anche la popolazione di Bruzzano e dei suoi casali Motticella, San Salvatore (Casalnuovo), Precacore, Ferruzzano.

Casalnuovo, come gli altri casali, segue, quindi, le sorti di Bruzzano, centro che ha avuto sempre un’importanza strategica sin dalla metà del secolo XIII, quando era Baronia degli Appard, per passare poi nel corso dei secoli ai Rufo, agli Stayti e ai Carafa, principi di Roccella, che nel 1621 ebbero il titolo di Duchi di Bruzzano, tenendolo fino all’eversione della feudalità, avvenuta nel 1806. Noi non descriveremo qui tutta la storia di Casalnuovo, l’abbiamo già raccontata. Ci permettiamo solamente di citare alcuni episodi o fatti che possono rappresentare i tratti distintivi di questo antico popolo, sottolineando che Casalnuovo si è sempre caratterizzato nella difesa del proprio territorio con atti e comportamenti degni di nota.

Tra il 1545 e il 1565 la terra di Bruzzano è stata oggetto di continui attacchi di saraceni, favoriti dal facile approdo rappresentato da Capo Bruzzano. Anche Casalnuovo ne patì. I saraceni, nelle loro continue scorribande, penetrarono fin anche in quel suo impervio territorio, ma trovarono davanti a loro una strenua difesa da parte dei casalinoviti, decisi a preservare con i denti il proprio paese. Favoriti dalla conformazione del terreno “accolsero” quelle bande musulmane presso una delle sue tante contrade, dove, facendo rotolare dei massi, misero in fuga quei pericolosi avversari, molti dei quali furono catturati e impiccati. Ecco il motivo per cui quella contrada venne, in seguito, in ricordo di questa importante vittoria, chiamata “Furchi”. Un’accalorata filastrocca la ricorda ancora: “All'armi, all'armi, la campana sona // li turchi so' rivati a la marina!”

Nel corso dei secoli molti autori hanno trattato di Casalnuovo. Giovanni Fiore da Cropani in “Della Calabria illustrata” ci conferma la sua esistenza già nell’anno 1328; A. Oppedisano ci parla della costruzione nel 1629 della Chiesa SS. Salvatore”, eretta prima ad oratorio, poi con la bolla del Vescovo Barisani del 4 dicembre 1798 elevata a chiesa parrocchiale; G. Vivenzio ci ricorda che il devastante terremoto del 1783, che colpisce la zona ionica aspromontana, fa a Casalnuovo notevoli danni: muoiono sei persone e i danni ammontano a più di settantamila ducati; Lorenzo Giustiniani nel 1797 ci informa che il paese era abitato da circa 600 persone, tutte addette all’agricoltura e alla pastorizia, in un periodo in cui dominava la famiglia Carafa, de’ principi di Roccella: Casalnuovo è ricordato anche e soprattutto per il fatto che era uno dei pochi centri in cui era fiorente la coltivazione del baco da seta.

Nel 1807 Casalnuovo si distingue per un atto di altruismo nei confronti di Africo: in un periodo storico in cui il proprio paese appartiene ancora alla terra di Bruzzano, i casalinoviti portano un valido e decisivo aiuto ai vicini africesi, impegnati nella difesa del proprio territorio, occupato e messo a saccheggio da due compagnie di volteggiatori francesi che sono costrette ad una veloce e sanguinosa ritirata.

E’ l’abolizione del regime feudale, avvenuta nel 1806, che porta ad unificare i destini di Africo e Casalnuovo. Infatti, è in questo periodo che il regime napoleonico in Italia si dà nuove regole burocratiche, facendo così nascere i comuni. Casalnuovo viene staccato dalla terra di Bruzzano e aggregato, senza la sua volontà, a partire dal 1815, come frazione al comune di Africo. In verità, c’è un disperato tentativo da parte di Casalnuovo di opporsi a tale decisione, facendo intervenire nel 1830, come ci ricorda A. Oppedisano, il Vescovo di Gerace al fine di far elevare Casalnuovo a comune autonomo: la richiesta non viene, però, accolta perché la popolazione della frazione non superava le 1000 anime, facendolo così rimanere per sempre sottocomune di Africo.

I terremoti del 1905 e del 1908 danneggiano gravemente Casalnuovo. Anche la chiesa di San Salvatore subisce danni irreparabili e sarà rifatta a spese dello Stato.

Di Casalnuovo si è interessato anche Saverio Strati, che, prima di intraprendere la carriera di scrittore, ha lavorato negli anni trenta come giovane muratore presso Africo e Casalnuovo. E proprio a Casalnuovo ha ambientato i suoi primi due romanzi, “La Marchesina” e “La Teda”, dove descrive l’ambiente della Casalnuovo del tempo (seconda metà degli anni trenta), rendendo immortali alcuni personaggi come Betta, la “marchesina”, che, in realtà, si chiamava Vittoria Palamara, una donna energica che sapeva gestire insieme al marito la piccola bottega paesana, “a putigha” di una volta, e che si faceva rispettare a dovere in un ambiente chiuso e maschilista come era quello di allora, o come “don Giannandria”, il macellaio, che, pur cieco per un incidente, riusciva a sgozzare le capre, a vendere la carne e a contare i soldi, a camminare solo per le strade e salutare, riconoscendo le persone dal contatto o solo dalla vicinanza. In sostanza, “vedeva” meglio lui di chi gli occhi ce li aveva e non andava oltre il palmo della propria mano. 
 Come per Africo, anche per Casalnuovo è l’alluvione dell’ottobre del 1951 il punto nevralgico della propria storia: e proprio in questa occasione il destino è sembrato volersi fare beffa di questo paese. E’ il 5 agosto 1951: la gente è riunita in piazza ad accogliere, festosa, l’arrivo trionfale della prima corriera che giunge a Casalnuovo, inaugurando una strada, simbolo di un progresso che stava raggiungendo anche questa località. E’ il segnale che anche Casalnuovo è finalmente collegato col mondo, ignaro del destino avverso che solo tre mesi dopo (15 ottobre) scatenerà i suoi fulmini, cancellandolo dalla geografia del territorio.

Sono più note le vicende che interessano l’alluvione e il lungo esodo di Casalnuovo verso la definitiva sistemazione del paese, una diaspora durata quasi dieci anni, trascorsi quasi interamente nel centro-profughi del “seminario” di Bova Marina, periodo in cui il popolo casalinovita ha lottato tenacemente per la conservazione della propria dignità e della propria autonomia etnica e che ha trovato finale collocazione nei pressi di Capo Bruzzano proprio vicino alla foce del fiume La Verde, il fiume che con l’Aposcipo, la fiumara di Africo, nasce nel territorio dove si è dipanata per una decina di secoli la storia di questi due amati e amabili paesi. E’ come se il destino avesse imposto la sua legge a Casalnuovo e ad Africo, costruendo un cordone ombelicale tra passato con il futuro: dieci secoli di storia nei posti dove nasce il fiume “La Verde”, il resto della storia dei due centri, riuniti per sempre in un unico paese, Africo Nuovo, nei luoghi dove conclude il suo corso questo fiume che, davvero, è al centro del loro destino.

Oggi di Casalnuovo, come di Africo, si possono rinvenire solo ruderi, resti di un passato che non può e non deve scomparire. Il nostro è solo l’impegno di chi cerca di recuperare quel ricco patrimonio di valori che ci ha trasmesso questo popolo: lo dobbiamo soprattutto a quanti per questi valori hanno vissuto e combattuto con costanza e amore. Noi ci proviamo, qualcun altro sicuramente ci seguirà!

Bruno Palamara

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