AFRICO: AFRICESI O AFRICOTI?

A colloquio con Bruno Palamara

A distanza di un anno dalla pubblicazione di “Africo cognomi e ritratti”, abbiamo voluto incontrare il suo autore, Bruno Palamara, riconoscendogli il grande merito di aver riportato ancora una volta Africo all’attenzione del grande pubblico con un’opera che rispolvera e rilancia la memoria storica del piccolo centro costiero ionico, completando così un lungo lavoro di ricerca iniziato molti anni fa. Il volume, che mette al centro Africo e gli africesi, ha l’intento, anche se non dichiarato, di fare giustizia di tutti gli archetipi negativi e immeritati che hanno accompagnato questo paese nel corso della sua storia costruiti e propagandati da quanti vi si sono avvicinati senza prima tentare di conoscerlo nella sua giusta dimensione. Il libro ha destato particolare attenzione anche nell’opinione pubblica della zona tanto che anche in questa lunga estate l’autore africese è chiamato a presentarlo nei vari centri della Locride (Gioiosa Jonica 30 agosto, Museo di Locri 14 settembre, Comune di Locri (Palazzo Nieddu) 16 ottobre). Con lui cerchiamo di fare una panoramica sul passato e sul futuro di questa comunità.

D. Bruno, già nel 2003 avevi pubblicato “Africo dalle origini ai nostri giorni. Una storia millenaria”, un libro in cui hai raccontato per la prima volta in maniera organica la storia di questo paese: le origini, che risalgono al IX secolo, l’isolamento patito nei secoli, i terremoti che l’hanno varie volte colpito, le ingiustizie e i torti subiti da uno Stato spesso iniquo, la storica e tragica alluvione del ‘51, e, poi, gli usi, i costumi, le tradizioni della comunità africese. Come mai sei voluto ritornare a scrivere di Africo?

R. Il motivo è molto semplice. Nel mio lungo viaggio alla ricerca delle notizie storiche riguardanti Africo ho avuto la “fortuna” di incontrare e conoscere innumerevoli personaggi del passato africese che mi hanno affascinato e conquistato. Ho pensato che sarebbe stato un peccato lasciarli nel dimenticatoio, dove, purtroppo, erano stati accantonati da una disattenta opinione pubblica che, spesso, dimentica i propri personaggi a vantaggio di altri estranei alla sua storia. E allora, con il pretesto dei cognomi, ho voluto fare una rassegna di persone e di personaggi meritevoli di essere conosciuti e apprezzati anche dai contemporanei per la loro opera in favore della comunità o per la loro riconosciuta rappresentatività nei vari campi dell’attività umana.

D. Il pubblico di Africo ha, effettivamente, apprezzato molto questo tuo lavoro, accogliendo il libro nella giusta considerazione, grato a te per aver saputo interpretare e soddisfare quel suo intimo e inconscio bisogno di conoscere il proprio passato, le proprie radici. Ma cosa ti ha spinto a impegnarti su un argomento difficile come sicuramente è la storia di Africo, da molti definita complessa e oscura, quasi ai confini della realtà.

R. Avevo undici mesi quando nella metà del secolo scorso la natura scagliò i suoi tuoni e fulmini contro il popolo africese che con dignità e rassegnazione conduceva una vita fatta di grandi sacrifici e di duro lavoro. La tragica alluvione dell’ottobre del ’51, pietra miliare della sua storia, non distrusse solo il paese, ma sconvolse il destino di un intero popolo, proiettandolo in un mondo sconosciuto e ostile intriso di pregiudizi e di ostilità verso un paese che cercava solo di trovare un punto fermo da cui ripartire. Io ho vissuto la mia fanciullezza nel “mito” di questa alluvione mutuato dai miei cari genitori che mi hanno inculcato l’amore per il paese natio e la passione per la sua storia millenaria. I loro racconti, anzi le loro vive e toccanti testimonianze sulla vita che vi si conduceva, mi proiettavano in un leggendario mondo fatto di poco o niente, ma costellato da gente dai grandi valori umani.

D. C’è qualche motivo occasionale, particolare che ti ha spinto a intraprendere in questa “avventura”?

R. Effettivamente, sì. Gli studi classici e universitari mi hanno portato ad amare e a privilegiare come materia scolastica la storia che, obiettivamente, ti dà la possibilità di conoscere il mondo e il divenire delle cose. Qualcuno diceva: “Non si può comprendere il presente se non si conosce il passato” Nel mio girovagare per le biblioteche della Locride mi ero reso conto che nel panorama storico del nostro comprensorio mancava proprio la storia di Africo. E’ vero, c’era stato il libro di Corrado Stajano, ma la sua pubblicazione aveva portato, oltre che polemiche, anche danni all’immagine, già precaria, del paese, apportandovi ancora più pregiudizi e “mala nomina”. E, poi, il libro, lasciatemelo dire, era stato scritto da un “forestiero”, uno che provenendo da mille chilometri di distanza certo non poteva capire a fondo gli africesi da lui variamente definiti “Gli eterni profughi”, “gli zingari dell’alluvione” “ i nipotini di Omero” e con altri giudizi che hanno lasciato un segno negativo (“marchio africota”) sull’immagine del paese e dei suoi abitanti. D’altronde, non si può capire Africo, se non si conosce la sua storia, la sua origine, la sua vera identità. In altre parole, non si comprende Africo, se non si conoscono gli africesi!

D. Perché, parlando degli abitanti di Africo, insisti nel chiamarli “africesi” e non “africoti”, come, forse, molti preferirebbero?

R. Bisogna, innanzitutto, avere consapevolezza che Africo non è costituito da una sola entità, ma è l’insieme di due gruppi etnici che hanno avuto la sorte di essere messi insieme fin già dal 1815, quando Casalnuovo, che apparteneva alla terra di Bruzzano, fu perentoriamente aggregato, forzatamente, senz’alcuna sua volontà, al Comune di Africo, dal quale cercò continuamente di affrancarsi per diventare autonomo, peraltro, mai riuscendovi. E’, quindi, rimasto per sempre una frazione del comune capoluogo, facendosene, inconsciamente, un cruccio di cui ancora oggi rimane evidente traccia. In realtà, in quel 1815, con quella decisione calata dall’alto, venivano “accomunati” due mondi lontani e distinti, due realtà diverse, due popoli storicamente agli antipodi per modo di pensare, di vivere, di badare alla vita.

In sostanza, si cercava di aggregare due identità di popolo di per sé differenti e, spesso, contrapposte. Nati in epoca diversa, Africo nel sec. IX, Casalnuovo in epoca successiva, pur separati in linea d’aria da una distanza minima di qualche chilometro, posizionati su due rilievi contrapposti che s’intravedevano da lontano, hanno vissuto sempre in cagnesco tra di loro.

D. Parlaci di questa rivalità, che, soprattutto dall’esterno, e mi riferisco a chi non è di Africo, è difficile comprendere. Infatti, da questa descrizione, si evince che non è il solito antagonismo che, generalmente, esiste fra comune capoluogo e frazione. E’ così?

R. Generalmente, la frazione rappresenta sempre una costola del paese capoluogo, una sua derivazione, è, cioè, una parte di popolazione che si distacca dal nucleo centrale per andare a vivere in un sito non molto lontano all’interno dello stesso comune, mantenendo tutte le caratteristiche. Il caso che stiamo prendendo in esame è totalmente diverso. Casalnuovo nasce autonomo, espande la sua storia come terra di Bruzzano, diventa frazione di Africo per problemi amministrativi, non avendo nessun tipo di legame con esso, se non, solamente, quello amministrativo, essendo fra loro lontani anni luce per usi, costumi, tradizioni e modo di vivere. Erano divisi, perfino, in campo ecclesiale. E, infatti, essi, pur operando in un unico comune, costituivano due parrocchie diverse, appartenendo una, la parrocchia di San Salvatore di Casalnuovo, alla Diocesi di Gerace, l’altra, la parrocchia San Francesco di Africo, a quella di Bova. Solo nel 1959, Africo Nuovo era stato già costruito, le due parrocchie vennero unificate e assegnate definitivamente alla Diocesi di Locri-Gerace. Anche i Patroni dei due centri eranodiversi, “San Salvatore” a Casalnuovo, “San Leo” ad Africo e ogni comunità ancora oggi celebra al meglio il “suo” Santo.

Tra loro c’è, persino, un dualismo linguistico, che gli esperti chiamano “sinecia linguistica”, (chi conosce le due comunità sa della differenza tra “kiddu” e “kil’l’u”) che è presente e dominante pur dopo più di mezzo secolo di coabitazione. Se non si tiene conto di tutto questo, non si può capire, oggi che esso è un’unica entità strutturale, cos’è Africo, un paese che è ancora alla ricerca di integrazione interna e, aggiungerei, anche esterna.

D. Perché non si è arrivati già a questa integrazione?

R. Il fatto è che non si è mai teso ad una vera e totale integrazione fra le due comunità. Ognuna di esse ha voluto mantenere la propria identità, i propri usi, i propri costumi che erano differenti e sono continuati ad esserlo anche nel nuovo paese. Né tantomeno le varie amministrazioni succedutesi nel corso dei decenni si sono preoccupate di fare una reale politica di integrazione sociale e culturale, ostacolata, peraltro, anche dalla ubicazione in cui sono state sistemate le due popolazioni, una a sud, verso il mare, l’altra a nord verso la collina, separate dalle “baracche svedesi” poste al centro del paese, oggi villa comunale, vero e proprio “muro di Berlino” tra le due comunità. Fino agli anni sessanta venivano osteggiati, salvo casi eccezionali, anche i matrimoni tra “africoti” (letteralmente la “gente di Africo Vecchio”) e “tignanisi” (come venivano chiamati gli abitanti provenienti da Casalnuovo), come se si volesse evitare una possibile contaminazione. Ma anche il matrimonio tra i rappresentanti dei due ceppi, che si pensava potesse dare frutti positivi, non ha portato alla necessaria integrazione e ancora oggi i giovani e i giovanissimi, anche quelli nati da matrimoni “misti”, avvertono la distinzione tra le due comunità. Lo abbiamo constatato direttamente anche noi con una indagine personale che ci ha fatto capire come anche nelle famiglie “miste” gli stessi figli parteggiano per una comunità piuttosto che per l’altra, a seconda dell’impronta che essi ricevono dal genitore “prevalente”.

D. In questa ottica tu, Bruno, da che parte stai? Come ti definisci tu?

R. Noi possiamo portare la nostra testimonianza, noi che abbiamo la presunzione di pensare di aver superato lo steccato che ha sempre diviso i due popoli. La nostra famiglia, che apparteneva alla comunità di Casalnuovo, di stanza momentaneamente a Bova Marina, è stata una delle prime ad essere trasferita ad Africo Nuovo, in costruzione già dal 1953. A noi è stata data una palazzina dietro la chiesa mescolata in mezzo agli “africoti”, noi di Casalnuovo. Si era nel 1955 e io cominciavo a frequentare la Scuola elementare (a proposito, che peccato averla demolita, che “delitto” è stato compiuto!) “casalinovito” in mezzo ad “africoti”. Ricordo le rivalità di allora, il caro maestro Salvatore Stilo, i compagni delle “elementari”, Salvatore, Pietro, Leo e Paolo Criaco, Peppe Favasuli, Ciccio, Bruno e Lelè Stilo, Bruno Versaci. La vita in comune, il “vivere” in mezzo a loro, il “guerreggiare” contro di loro mi hanno aiutato a comprenderli e ad essere compreso, sicuramente ad “avvicinarmi” a loro. Sono cresciuto con la consapevolezza di appartenere ad Africo Nuovo, un paese “nuovo”, rinnovato, costruito per essere unico contenitore di due popoli, la sede dove avrebbe dovuto nascere e fiorire il nuovo popolo africese, sorto dalle ceneri di quello vecchio, e nel quale avrebbero dovuto confluire il “casalinovito” e l’“africoto”, facendo nascere l’“africese”. Per lungo periodo negli anni cinquanta il paese veniva chiamato “Africo Nuovo”. Io, surrettiziamente, voglio pensare che quel “Nuovo” era stato preso da Casal-nuovo per aggregarlo e integrarlo con Africo, proprio pr dare il senso della futura integrazione.

D. Quindi, secondo te, Bruno, il termine “africoto” non include chi si sente ancora “casalinovito”?

R. Effettivamente, è proprio così. Infatti, mentre l’abitante proveniente dal vecchio paese capolouogo accetta, anzi pretende l’appellativo “africoto”, essendogli naturale, per il casalinovito è arduo accettarlo, anzi, inconsciamente, lo rifiuta. Non so quanti saranno d’accordo su questa mia analisi, ma vorrei che essa potesse far nascere un dibattito utile che possa portare Africo a diventare un paese “normale”.

D. Perché parli di paese “normale”?

R. È un tema che ci porterebbe lontano. Magari ne parleremo più in là.

Gennaio 2013